Gli ulivi di Vallebona

Nel nostro villaggio una delle più importanti risorse economiche è stata in passato la coltivazione degli ulivi. L’ulivo è sempre stato apprezzato da tutti perché rappresentava una fonte di sostentamento, grazie ai suoi preziosi frutti, ma anche una risorsa energetica non trascurabile; mio padre mi diceva spesso che il legno d’ulivo riscaldava 4 volte: quando lo si taglia, quando lo si spacca, quando lo si trasporta a spalla in casa e, finalmente, quando lo si brucia nella stufa.

Dell’importanza dell’ulivo nell’economia rurale vallebonenca ne era conscia tutta la popolazione, al punto che fino a pochi anni fa i nostri vecchi ricordavano alcune piante di ulivo diventate famose per certe loro caratteristiche.

Ad esempio  l”auriva da spia” era un albero ubicato lungo il “Valun de vì”, nelle “morghe”, che aveva la strana abitudine di fiorire in anticipo rispetto agli altri alberi, per cui dalla sua osservazione si poteva dedurre come sarebbe stato il futuro raccolto.

Un altro albero famoso era l”auriva du mundavù”, un altro albero, sempre ubicato in località “morghe”, che aveva una particolarità interessante: un suo ramo si distendeva orizzontalmente a circa 2 metri dal suolo, per cui il “mundavù”, ossia la persona preposta a mondare le olive, un’operazione che consisteva nel separare manualmente le olive appena abbacchiate dalle foglie e da altre impurità, poteva utilizzare quel ramo per appendervi una lunga tenda, o lenzuolo.

Egli poi lanciava contro il lenzuolo, da una distanza di almeno 4 o 5 metri, grosse manciate di olive e foglie utilizzando una paletta detta sassola (“a sassura”); le foglie, più leggere, cadevano a terra prima di raggiungere il lenzuolo, mentre le olive, più pesanti, si arrestavano contro il lenzuolo e si ammucchiavano a terra sopra un telo.

Oggigiorno questa operazione viene  effettuata con l’ausilio di macchine elettriche, molto più veloci; io personalmente uso la “chitarra”, che è un piano inclinato formato da lunghi fili di ferro separati da pochi millimetri (come le corde di una chitarra) lungo il quale faccio scorre le olive da mondare: le foglie non giungono in fondo al piano inclinato perché cadono attraverso le “corde “ della chitarra.

Esisteva, un tempo, anche qualche albero di ulivo di proprietà del Comune, che veniva messo a disposizione dei poveri contadini che non possedevano alcun albero d’ulivo, per cui potevano raccogliere qualche cestino (“cavagnu”) di olive e ricavarne un po’ d’olio.    L’albero era chiamato “l’albero delle anime” .

Riccardo Lanteri

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